Ho servito e ho trovato la gioia
30 agosto 2009
Vorrei cominciare questa mia testimonianza con una frase di Tagore (poeta, scrittore e filosofo indiano): “ Ho sognato che la vita era gioia. Mi sono svegliato e ho capito che la vita era servizio. Ho servito e ho trovato la gioia.”
Anche io l’estate scorsa ho trovato la gioia.
Sono partita con 7 amici e il mio professore di religione per l’Etiopia, uno stato dell’Africa orientale, per proseguire il progetto “Da scuola a scuola – Da studente a studente”.
La maggior parte dei nostri giorni li abbiamo trascorsi a Kofale, una cittadina di 15000 abitanti che sorge a 2700 metri sul livello del mare, ospiti di una comunità di Siore (Sorelle Missionarie Francescane di Cristo).
Queste fantastiche amiche sono arrivate là circa 10 anni fa e piano piano, in punta di piedi, hanno dato vita ad una piccola comunità cristiana in mezzo a tantissimi mussulmani, costruendo la casa delle suore, l’asilo per circa 200 bambini, la scuola, il centro di promozione della donna ed un impianto sportivo con campi da calcio, basket, pallavolo e pista di atletica.
Questo stadio è molto frequentato dai giovani del posto; pensate che la campionessa etiope medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino nei 1500 metri, si è allenata proprio in questa preziosa struttura.
La convinzione dei missionari del posto è che la promozione di un’attività educativo – sportiva possa unire le diverse culture ed etnie etiopi e possa garantire la convivenza civile nel rispetto della persona, delle regole e delle diversità innegabili, che questa gente presenta.
Durante il nostro soggiorno abbiamo organizzato una maratona ed è stato bellissimo vedere come migliaia di persone fra bambini, ragazzi e adulti si siano riunite ed abbiano risposto con gioia alla nostra iniziativa.
Anche un disabile ha corso con la sua carrozzella e alla fine della gara ci ha raccontato che quando le braccia gli facevano male per girare le ruote, i bambini intorno erano pronti ad aiutarlo e a spingere per lui.
In Etiopia ho trovato una realtà molto diversa dalla nostra: la donna è fortemente discriminata, emarginata e sottomessa all’uomo; i bambini più fortunati frequentano la scuola a pagamento, gli altri o lavorano o vagano tutto il giorno senza una meta e soprattutto senza mangiare; le case sono fatte di terra e fango, con il tetto di paglia se la famiglia è povera, e di lamiera se invece è benestante. Sono formate da una sola stanza in cui convivono persone e animali (mucche e capre).
Nonostante la loro grande povertà, gli etiopi sono molto cortesi con l’ospite: pur di dare si privano anche di quel poco che hanno.
Loro non possiedono nulla, ma vivono comunque felici, non sanno cosa è “il di più” quindi non chiedono, non cercano, ma valorizzano il poco che hanno.
Io ho vissuto soprattutto con i bambini, ho giocato con loro, ho cantato con loro, ho comunicato con loro a gesti ed era una sfida ogni volta, anche per far capire le cose più semplici.
Abbiamo costruito insieme girandole e maschere e loro, per farmi capire che avevano apprezzato il mio impegno e che si erano divertiti, venivano ogni volta al centro con le maschere davanti al viso.
Ho conosciuto Mohamed, un bambino orfano di 11 anni, che vive nella missione; è nato sieropositivo e le Suore mi hanno spiegato che viene emarginato dai compagni.
Ho cercato di coinvolgerlo nelle varie attività e nei vari gruppi, trattandolo sempre come gli altri, senza alcuna discriminazione, perché ho capito che è proprio quello che lui vuole e cerca.
Ho portato a casa con me la semplicità, la voglia di fare, la capacità di donarsi delle “Sisters”, il loro confidare sempre nel Signore perché, come ripetono sempre: “E’ solo Lui che ci dà la forza di uscire ogni giorno dalla missione con la gioia nel cuore”; i sorrisi dei bambini, i loro occhioni grandi, le loro mani sempre strette alle nostre, come quelle di grandi amici; la fatica delle donne che vivono per i loro figli, che percorrono anche 10 Km al giorno in cerca di acqua potabile o legna da vendere al mercato in cambio dei beni di prima necessità. Ma soprattutto ho portato a casa tanta voglia di tornare! Ed io spero proprio di tornare ancora una volta in questa meravigliosa terra e di ritrovare tutto ciò che a malincuore ho lasciato.
Federica Righini
Testimonianza di Tommaso Orsi in Venezuela
30 agosto 2007
Ho avuto la fortuna di trascorrere 15 giorni in Venezuela per una “vacanza alternativa”, non in hotel, ma in un centro parrocchiale all’interno di un barrio.
Cercherò di riassumere, per quanto possibile, in estrema sintesi i momenti salienti del viaggio.
Dopo alcuni giorni di ambientamento si sono aggiunti a noi alcuni giovani di Caracas, l’allora parrocchia di Padre Aldo Fonti. Con loro abbiamo vissuto un’intensa settimana di missione nel barrio, visitandolo casa per casa, proponendo attività di animazione per i bambini, tentando di far assaporare il gusto di essere comunità.
Fra le altre attività erano comprese “La fiesta de los ninos” e l’attesissimo torneo di “footbolito”(= calcetto). Il filo conduttore che abbiamo seguito insieme a Padre Aldo è stato il tema del “discepolo” e del “missionario” mandato dal “Maestro” a “misionar”, come dicono loro.
Personalmente non ho mai sentito vera come in quei momenti la forza vivissima della preghiera quotidiana che giorno dopo giorno ci ha assistito e legato fra di noi.
Lo spirito del gruppo si è reso, in un periodo brevissimo, incredibilmente forte grazie al “compartir”, alla condivisione di ogni giorno.
Il ritorno ha lasciato nel cuore tanta tristezza e ugualmente la consapevolezza di aver trovato un “tesoro nascosto” dal valore inestimabile e imperituro.





