PROGETTO GIUSTIZIA INTERNAZIONALE Comunità Papa Giovanni XXIII
26 novembre 2009
La sera in cui Mara Rossi è stata con noi al teatro CORTE, alcune persone hanno chiesto se si poteva fare qualcosa di concreto per aiutarla. Mara ha parlato di un progetto che le sta molto a cuore. E’ stato formulato e ci è pervenuto tramite la nostra corianese Sandra Talacci.
In seguito al riconoscimento ottenuto nel 2006 alle Nazioni Unite con lo Status Special, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha aperto ad aprile 2009 una rappresentanza stabile a Ginevra ed ha indicato la Dott.ssa Maria Mercedes Rossi come sua delegata ufficiale alle Nazioni Unite.
Quotidianamente, in zona di conflitto, in zona di missione, nelle periferie della storia e dell’umanità, la Comunità non solo difende ma promuove la dignità profonda di ogni essere umano, facendosi carico, dell’immane e globale sforzo della difesa e promozione dei diritti umani e dell’insieme delle norme del diritto internazionale dei diritti umani frutto di una volontà storica che và ben oltre l’azione dei singoli Stati ma richiama le lotte nonviolente di popoli e individui.
L’azione di questi sei mesi della dott.ssa Mara Rossi è stata ricca e fruttuosa, ha partecipato alle diverse sessioni promosse dal Consiglio dei Diritti Umani, dal Comitato dei Diritti del Fanciullo, e a incontri legati alla tematica della Sanità pubblica globale e in particolare sull’epidemia dell’Aids.
Un altro impegno molto importante che ha portato avanti è quello di fare rete con le altre organizzazioni in particolare cattoliche che quotidianamente si adoperano per un mondo più giusto.
La presenza a Ginevra della Mara, collegata direttamente con la Comunità intera ci dà la possibilità di interagire con le Nazioni Unite per dare spazio a chi troppo spesso non ha lo spazio, la forza di far sentire la voce di chi troppo stesso non ha voce, e questa è una responsabilità importante sentita da Mara e da tutta la Comunità.
Don Oreste spesso ci richiamava sull’importanza di entrare nelle stanze dei bottoni per portare la voce e il pianto dei poveri e il grido della giustizia e ci esortava a mantenere viva l’azione di denuncia verso chi “fabbrica le croci”.
E’ un eredità importante quella che il don ci ha lasciato e ora più che mai sentiamo questa responsabilità, alla quale, assieme, sentiamo di doverci predisporre in maniera adeguata, competente, non approssimativa per fare “bene il bene”.
Per questi motivi la Comunità, su proposta di Mara, ha scelto di promuovere all’interno della stessa un Progetto di Formazione sui Diritti Umani, in collaborazione con l’Associazione Diritti Umani di Padova.
Il progetto di formazione sui Diritti umani on line sarà rivolto a tutti i membri di comunità del mondo ed avrà come obiettivo quello di formare le persone sulla ampia gamma dei diritti umani e aumentare la consapevolezza e la possibilità di azione dei membri stessi in difesa dei diritti umani lì dove sono presenti.
Il progetto di formazione durerà due anni e tratterà importanti tematiche quali la Carta dei diritti umani, la Convenzione dei Diritti del Fanciullo, la recente Convenzione sull’Handicap e altro ancora.
Questa diffusa implementazione della conoscenza in materia di Diritti Umani e della possibilità di azione sul territorio è strettamente collegata alla possibilità poi di essere voce di chi non ha voce a Ginevra e quindi diventare una base sicura e significativa all’azione che Mara porterà avanti nei prossimi anni.
I costi da sostenere per un anno di progetto si aggirano intorno agli 8000 €.
Vi ringraziamo per l’attenzione, la preghiera e tutto quello che potrete fare per aiutarci sempre a “fare bene il bene” e per continuare ad essere instancabilmente la famiglia e la voce dei poveri che quotidianamente bussano alle nostre porte.
Ho servito e ho trovato la gioia
30 agosto 2009
Vorrei cominciare questa mia testimonianza con una frase di Tagore (poeta, scrittore e filosofo indiano): “ Ho sognato che la vita era gioia. Mi sono svegliato e ho capito che la vita era servizio. Ho servito e ho trovato la gioia.”
Anche io l’estate scorsa ho trovato la gioia.
Sono partita con 7 amici e il mio professore di religione per l’Etiopia, uno stato dell’Africa orientale, per proseguire il progetto “Da scuola a scuola – Da studente a studente”.
La maggior parte dei nostri giorni li abbiamo trascorsi a Kofale, una cittadina di 15000 abitanti che sorge a 2700 metri sul livello del mare, ospiti di una comunità di Siore (Sorelle Missionarie Francescane di Cristo).
Queste fantastiche amiche sono arrivate là circa 10 anni fa e piano piano, in punta di piedi, hanno dato vita ad una piccola comunità cristiana in mezzo a tantissimi mussulmani, costruendo la casa delle suore, l’asilo per circa 200 bambini, la scuola, il centro di promozione della donna ed un impianto sportivo con campi da calcio, basket, pallavolo e pista di atletica.
Questo stadio è molto frequentato dai giovani del posto; pensate che la campionessa etiope medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino nei 1500 metri, si è allenata proprio in questa preziosa struttura.
La convinzione dei missionari del posto è che la promozione di un’attività educativo – sportiva possa unire le diverse culture ed etnie etiopi e possa garantire la convivenza civile nel rispetto della persona, delle regole e delle diversità innegabili, che questa gente presenta.
Durante il nostro soggiorno abbiamo organizzato una maratona ed è stato bellissimo vedere come migliaia di persone fra bambini, ragazzi e adulti si siano riunite ed abbiano risposto con gioia alla nostra iniziativa.
Anche un disabile ha corso con la sua carrozzella e alla fine della gara ci ha raccontato che quando le braccia gli facevano male per girare le ruote, i bambini intorno erano pronti ad aiutarlo e a spingere per lui.
In Etiopia ho trovato una realtà molto diversa dalla nostra: la donna è fortemente discriminata, emarginata e sottomessa all’uomo; i bambini più fortunati frequentano la scuola a pagamento, gli altri o lavorano o vagano tutto il giorno senza una meta e soprattutto senza mangiare; le case sono fatte di terra e fango, con il tetto di paglia se la famiglia è povera, e di lamiera se invece è benestante. Sono formate da una sola stanza in cui convivono persone e animali (mucche e capre).
Nonostante la loro grande povertà, gli etiopi sono molto cortesi con l’ospite: pur di dare si privano anche di quel poco che hanno.
Loro non possiedono nulla, ma vivono comunque felici, non sanno cosa è “il di più” quindi non chiedono, non cercano, ma valorizzano il poco che hanno.
Io ho vissuto soprattutto con i bambini, ho giocato con loro, ho cantato con loro, ho comunicato con loro a gesti ed era una sfida ogni volta, anche per far capire le cose più semplici.
Abbiamo costruito insieme girandole e maschere e loro, per farmi capire che avevano apprezzato il mio impegno e che si erano divertiti, venivano ogni volta al centro con le maschere davanti al viso.
Ho conosciuto Mohamed, un bambino orfano di 11 anni, che vive nella missione; è nato sieropositivo e le Suore mi hanno spiegato che viene emarginato dai compagni.
Ho cercato di coinvolgerlo nelle varie attività e nei vari gruppi, trattandolo sempre come gli altri, senza alcuna discriminazione, perché ho capito che è proprio quello che lui vuole e cerca.
Ho portato a casa con me la semplicità, la voglia di fare, la capacità di donarsi delle “Sisters”, il loro confidare sempre nel Signore perché, come ripetono sempre: “E’ solo Lui che ci dà la forza di uscire ogni giorno dalla missione con la gioia nel cuore”; i sorrisi dei bambini, i loro occhioni grandi, le loro mani sempre strette alle nostre, come quelle di grandi amici; la fatica delle donne che vivono per i loro figli, che percorrono anche 10 Km al giorno in cerca di acqua potabile o legna da vendere al mercato in cambio dei beni di prima necessità. Ma soprattutto ho portato a casa tanta voglia di tornare! Ed io spero proprio di tornare ancora una volta in questa meravigliosa terra e di ritrovare tutto ciò che a malincuore ho lasciato.
Federica Righini





