Un doposcuola per i bambini albanesi. Missione di Kukove-Berat

Il Campo Lavoro conferma anche per il 2010 l’aiuto alla missione diocesana di Kukove-Berat in Albania, proponendosi in particolare di sostenere l’attività di doposcuola per i bambini  provenienti da situazioni di difficoltà e degrado famigliare. Avviato da tempo, il doposcuola della missione comprende attività didattiche e musicali, l’animazione di gruppi scout e altre attività ricreative attraverso le quali i i piccoli imparano a socializzare, migliorando il rapporto con gli altri e il loro inserimento scolastico. Secondo quanto segnalato da don Giovanni Vaccarini, servono fondi per continuare un’esperienza che nel corso degli anni, ha prodotto ottimi risultati.

Emergenza Zimbabwe. Sostegno all’ospedale di Mutoko di Marilena Pesaresi

Confermati anche gli aiuti a Marilena Pesaresi e all’Ospedale di Mutoko nello Zimbabwe in un momento molto difficile per il martoriato paese africano. Come se non bastassero fame, miseria disoccupazione e la piaga dell’Aids, lo Zimbabwe è oggi alle prese con un’epidemia di colera che, solo nell’ultimo anno, ha causato 4.500 vittime e 100 mila contagi. In questa situazione Marilena continua instancabile il proprio lavoro in ospedale, assistendo in particolare bambini cardiopatici che, grazie allOperazione Cuore, vengono trasferiti e operati in Italia. Se si vuole, una goccia in un mare di bisogni ma, come dice lei, anche il segno che “Dio non abbandona gli ultimi”.

Una casa per le donne Gomuz. Missione suore di Sant’Onofrio in Etiopia

Donne senza diritti, persone invisibili che non contano nulla, sottomesse ad ogni genere di violenza. Sono le donne della tribù Gomuz: un popolo di 300 mila persone, ai margini della civilizzazione, nel nord ovest dell’Etiopia. Qui sta per partire l’impresa bella e disperata delle suore missionarie francescane di Sant’Onofrio: dare una casa alle donne Gomuz, costruire un ostello per le ragazze delle campagne offrendo loro la possibilità di frequentare la scuola in una città vicina. I lavori sono attualmente sospesi per mancanza di fondi e il Campo Lavoro si propone di sostenere il completamento dell’opera.

Superare i traumi dei bambini in affido. Casa Famiglia Papa Giovanni XXIII in Brasile

Ultima destinazione del Campo Lavoro 2010 sarà l’Associazione Papa Giovanni XXIII con la Casa famiglia di Joấo Pessoa in Brasile. L’obiettivo è quello di sostenere il progetto educativo rivolto ad una ventina di minori inseriti nei programmi di affidamento famigliare. Bambini e adolescenti, segnati da storie di abbandono e violenza famigliare, che verranno aiutati a ricostruire la propria identità, elaborando e superando i traumi subiti. Con l’ausilio di psicologi ed educatori, l’attività avrà la durata di un anno e interesserà anche le famiglie affidatarie che verranno aiutate a comprendere meglio lo stato di sofferenza dei piccoli.

Pagina a cura di Alberto Coloccioni

Missione Kucove Berat

Vorrei cominciare questa mia testimonianza con una frase di Tagore (poeta, scrittore e filosofo indiano): “ Ho sognato che la vita era gioia. Mi sono svegliato e ho capito che la vita era servizio. Ho servito e ho trovato la gioia.”

Anche io l’estate scorsa ho trovato la gioia.

Sono partita con 7 amici e il mio professore di religione per l’Etiopia, uno stato dell’Africa orientale, per proseguire il progetto “Da scuola a scuola – Da studente a studente”.

La maggior parte dei nostri giorni li abbiamo trascorsi a Kofale, una cittadina di 15000 abitanti che sorge a 2700 metri sul livello del mare, ospiti di una comunità di Siore (Sorelle Missionarie Francescane di Cristo).

Queste fantastiche amiche sono arrivate là circa 10 anni fa e piano piano, in punta di piedi, hanno dato vita ad una piccola comunità cristiana in mezzo a tantissimi mussulmani, costruendo la casa delle suore, l’asilo per circa 200 bambini, la scuola, il centro di promozione della donna ed un impianto sportivo con campi da calcio, basket, pallavolo e pista di atletica.

Questo stadio è molto frequentato dai giovani del posto; pensate che la campionessa etiope medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino nei 1500 metri, si è allenata proprio in questa preziosa struttura.

La convinzione dei missionari del posto è che la promozione di un’attività educativo – sportiva possa unire le diverse culture ed etnie etiopi e possa garantire la convivenza civile nel rispetto della persona, delle regole e delle diversità innegabili, che questa gente presenta.

Durante il nostro soggiorno abbiamo organizzato una maratona ed è stato bellissimo vedere come migliaia di persone fra bambini, ragazzi e adulti si siano riunite ed abbiano risposto con gioia alla nostra iniziativa.

Anche un  disabile ha corso con la sua carrozzella e alla fine della gara ci ha raccontato che quando le braccia gli facevano male per girare le ruote, i bambini intorno erano pronti ad aiutarlo e a spingere per lui.

In Etiopia ho trovato una realtà molto diversa dalla nostra: la donna è fortemente discriminata, emarginata e sottomessa all’uomo; i bambini più fortunati frequentano la scuola a pagamento, gli altri o lavorano o vagano tutto il giorno senza una meta e soprattutto senza mangiare; le case sono fatte di terra e fango, con il tetto di paglia se la famiglia è povera, e di lamiera se invece è benestante. Sono formate da una sola stanza in cui convivono persone e animali (mucche e capre).

Nonostante la loro grande povertà, gli etiopi sono molto cortesi con l’ospite: pur di dare si privano anche di quel poco che hanno.

Loro non possiedono nulla, ma vivono comunque felici, non sanno cosa è “il di più” quindi non chiedono, non cercano, ma valorizzano il poco che hanno.

Io ho vissuto soprattutto con i bambini, ho giocato con loro, ho cantato con loro, ho comunicato con loro a gesti ed era una sfida ogni volta, anche per far capire le cose più semplici.

Abbiamo costruito insieme girandole e maschere e loro, per farmi capire che avevano apprezzato il mio impegno e che si erano divertiti, venivano ogni volta al centro con le maschere davanti al viso.

Ho conosciuto Mohamed, un bambino orfano di 11 anni, che vive nella missione; è nato sieropositivo e le Suore mi hanno spiegato che viene emarginato dai compagni.

Ho cercato di coinvolgerlo nelle varie attività e nei vari gruppi, trattandolo sempre come gli altri, senza alcuna discriminazione, perché ho capito che è proprio quello che lui vuole e cerca.

Ho portato a casa con me la semplicità, la voglia di fare, la capacità di donarsi delle “Sisters”, il loro confidare sempre nel Signore perché, come ripetono sempre: “E’ solo Lui che ci dà la forza di uscire ogni giorno dalla missione con la gioia nel cuore”; i sorrisi dei bambini, i loro occhioni grandi, le loro mani sempre strette alle nostre, come quelle di grandi amici; la fatica delle donne che vivono per i loro figli, che percorrono anche 10 Km al giorno in cerca di acqua potabile o legna da vendere al mercato in cambio dei beni di prima necessità. Ma soprattutto ho portato a casa tanta voglia di tornare! Ed io spero proprio di tornare ancora una volta in questa meravigliosa terra e di ritrovare tutto ciò che a malincuore ho lasciato.

Federica Righini

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